Tumore polmone, via libera Ue al farmaco che allunga la sopravvivenza

Tumore polmone, via libera Ue al farmaco che allunga la sopravvivenza La Commissione europea ha autorizzato la commercializzazione di pembrolizumab in tutti i 28 Paesi membri dell'Unione: la molecola Msd, al centro di oltre 270 studi clinici su 30 tipi di cancro e già disponibile per il trattamento del melanoma, potrà essere impiegata con un dosaggio di 2 mg/kg ogni tre settimane per pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule localmente avanzato o metastatico e già curati con chemioterapia

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In questo caso ripubblichiamo un articolo comparso su repubblica.it in data 04/08/2016
a firma Maria Rita Montebelli. la notizia è stata comunque coperta da tutta la stampa nazionale

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La Commissione Europea ha approvato pochi giorni fa pembrolizumab, la terapia anti-PD-1 frutto della ricerca dell’azienda americana Msd, con un dosaggio di 2 mg/kg ogni tre settimane, per pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule. Il pembrolizumab, che è tra i farmaci protagonisti del rivoluzionario capitolo dell’immunoncologia, è utilizzato in prima battuta nel melanoma, come tutti gli immunoterapici, ma al momento sperimentato nel trattamento di oltre 30 tipi di tumore, da quello del polmone a quello della vescica, in un impressionante programma di ricerche che comprende oltre 270 studi clinici.

Solo all’ultimo Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) di Chicago sono stati presentati oltre 80 lavori relativi alle sperimentazioni condotte in tutto il mondo con questo farmaco. Ma siamo solo all’inizio. In un’intervista esclusiva con Oncoline, Roger Dansey, vice-direttore mondo della ricerca Msd, offre delle anticipazioni sul futuro della ricerca in questo campo, dalle sinergie con altri trattamenti, tradizionali o estremamente innovativi, al capitolo dei biomarcatori che spalanca la porta alla medicina di precisione.

Gli studi sul melanoma. I risultati aggiornati dello studio Keynote 6 e 1 dimostrano che il pembrolizumab come singola terapia continua a garantire una sopravvivenza superiore rispetto all’ipilimumab anche a lungo termine. In particolare lo studio Keynote 6 ha dimostrato che il 55% dei pazienti con melanoma non operabile in fase avanzata, trattati con pembrolizumab sono ancora vivi a 2 anni dall’inizio del trattamento, rispetto al 43% di quelli trattati con ipilimimumab. La sopravvivenza a 3 anni nei pazienti trattati con pembrolizumab supera invece il 40%. “Anche nel lungo termine, dal confronto testa a testa con ipilimumab – afferma Dansey – il pembrolizumab dimostra la sua superiorità e conferma la durevolezza della sua azione. Questi risultati supportano ulteriormente l’idea di utilizzare il pembrolizumab come terapia di prima linea in questi pazienti e ci ricordano qual è il vero obiettivo che vogliamo raggiungere attraverso il nostro programma di sviluppo in immunoncologia: prolungare la sopravvivenza delle persone affette da tumore”.

Tumore polmone
Tumore polmone

Le sperimentazioni in associazione. Risultati certamente importanti, ma già si guarda oltre e si cominciano a sperimentare nuove strade come quella che prevede l’associazione del pembrolizumab con il T-Vec (talimogene laherparepvec) di Amgen, un herpes virus reso ‘oncolitico’ (cioè ‘uccidi-tumore’) grazie all’ingegneria genetica. Il T-Vec, che viene iniettato direttamente nel tumore (in questo caso il melanoma), svolge una duplice azione: distrugge le cellule tumorali e attira in quell’area linfociti T che completano il lavoro, continuando a uccidere le cellule di melanoma. Nello studio Masterkey-265, la somministrazione del mix pembrolizumab/T-Vec in 21 pazienti con melanoma in fase avanzata non operabile ha prodotto un tasso di risposta del 57%. Altre sperimentazioni in corso, per verificarne efficacia e tollerabilità e su diverse tipologie di pazienti, sono in corso sull’associazione tra pembrolizumab e terapie quali dabrafenib e trametinib (terapie ‘a target’) o ipilimumab (un altro immunoterapico) a basso dosaggio. “I dati incoraggianti di queste sperimentazioni – afferma Dansey – indicano che il pembrolizumab ha le potenzialità di diventare un importante componente delle terapie di associazione nel melanoma”.

Tumore del polmone non a piccole cellule. L’ultima novità: pochi giorni fa la Commissione Europea ha approvato pembrolizumab – con un dosaggio di 2 mg/kg ogni tre settimane – per pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule localmente avanzato o metastatico i cui tumori esprimono PD-L1 e che hanno ricevuto almeno un precedente regime chemioterapico. I pazienti con mutazioni tumorali Egfr o Alk dovrebbero aver ricevuto anche la terapia approvata per queste mutazioni, prima di ricevere pembrolizumab. L’approvazione da parte delle autorità Ue consente la commercializzazione di pembrolizumab in tutti i 28 Paesi membri dell’Unione Europea. “Questa approvazione segna un progresso significativo per i medici di tutta Europa e per i loro pazienti con carcinoma polmonare avanzato, uno dei tumori più diffusi e difficili da trattare – dichiara Dansey – . I risultati a supporto di questa approvazione dimostrano le potenzialità di pembrolizumab nel trattamento del carcinoma avanzato non a piccole cellule e l’importanza della selezione dei pazienti adatti per il trattamento. Non vediamo l’ora di portare il più rapidamente possibile questa immunoterapia ai pazienti europei”. La decisione dell’Ue è basata sugli esiti dello studio Keynote-010, che ha dimostrato che pembrolizumab migliora significativamente la sopravvivenza globale dei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule localmente avanzato o metastatico rispetto alla chemioterapia standard (docetaxel).

Il Keynote-010 ha confrontato i risultati del trattamento con pembrolizumab con quelli della chemioterapia (docetaxel) in un gruppo di pazienti con tumore del polmone in fase avanzata, già sottoposti prima ad altre linee di chemioterapia; in questo studio è stata valutata l’entità della risposta al pembrolizumab, anche in relazione al grado di espressione di PD-L1 nel tessuto tumorale. L’immunoterapia ha migliorato in maniera significativa la sopravvivenza rispetto alla chemioterapia in tutti i pazienti, dando tuttavia risultati migliori in quelli con elevati livelli di PD-L1. In questo studio, i pazienti con i livelli più alti di PD-L1 presentano una sopravvivenza media di 16,6 mesi, contro i 9,7 mesi dei pazienti con bassa espressione di PD-L1. Un dato che va confrontato con una sopravvivenza media di 8,2 mesi nei pazienti trattati con chemioterapia.

Ora sono in corso diversi trial randomizzati sul pembrolizumab in prima linea nel tumore del polmone metastatico appena diagnosticato. Questi studi sono disegnati per rispondere a diverse domande: il pembrolizumab in questi pazienti sarà superiore alla chemioterapia tradizionale? L’associazione pembrolizumab-chemioterapia darà risultati superiori rispetto alla semplice chemioterapia? E infine, la popolazione da trattare con pembrolizumab dovrà essere selezionata in base al grado di espressione del PD-L1 nel tessuto tumorale?

Tumori testa-collo. La prossima sfida per il pembrolizumab è rappresentata da tumori difficili, quali quelli testa-collo. Gli studi Keynote-055 e Keynote-012, condotti su pazienti affetti da tumori testa-collo (carcinoma squamocellulare) recidivi o metastatici, già sottoposti a pesanti trattamenti, dimostrano che un paziente su 5 risponde al pembrolizumab, in alcuni casi per più di 30 mesi. Un risultato molto importante visto che la sopravvivenza media di questi pazienti non supera in genere i 3 mesi. Linfoma di Hodgkin. Lo studio Keynote-087 ha esplorato le possibilità terapeutiche del pembrolizumab nel linfoma di Hodgkin recidivato dopo un trapianto di cellule staminali o progredito dopo un trattamento con brentuximab. Si tratta di pazienti con una prognosi non favorevole e con un’aspettativa di vita media di 1,2 anni. I primi dati mostrano che i pazienti trattati con pembrolizumab rispondono al trattamento in maniera durevole nel 70-80% dei casi e in quasi un caso su tre si assiste ad una risposta completa.

Una nuova generazione di ‘vaccini’ personalizzati. L’azienda americana ha di recente dato il semaforo verde ad un investimento di 200 milioni di dollari per lo sviluppo, in collaborazione con la Moderna Therapeutics, di una nuova generazione di vaccini anti-tumore personalizzati basati sull’Rna messaggero (mRna). Questi vaccini ‘su misura’, che saranno sperimentati su diversi tipi di tumore, saranno prodotti a partire da neoantigeni specifici comparsi nel tumore di un paziente. L’idea è che la somministrazione di questi vaccini personalizzati dovrebbe indurre una risposta immunitaria in grado di riconoscere ed attaccare le cellule tumorali e che verrebbe affiancata e potenziata dal pembrolizumab. Grazie ad una tecnologia innovativa, questi vaccini su misura potranno essere disponibili per il paziente nell’arco di poche settimane e saranno prodotti in uno stabilimento nei dintorni di Boston. Si tratta naturalmente di un approccio del tutto sperimentale che vedrà il loro impiego solo all’interno di studi clinici.

I nuovi test. Tre sono i biomarcatori sui quali ci si sta concentrando in questo momento come elementi di predittività della risposta al trattamento con pembrolizumab: il PD-L1, una ‘firma genetica’ che rivela il grado di infiammazione del tumore e l’instabilità microsatellitare. “Il dosaggio del PD-L1 – spiega Dansey – viene effettuato direttamente sul tessuto tumorale e dovrebbe entrare a far parte della valutazione standard dei pazienti da sottoporre al trattamento con pembrolizumab. Il PD-L1 è un gene e noi misuriamo il suo grado di espressione che ci permette di prevedere quali pazienti presenteranno una risposta migliore al trattamento. Attualmente stiamo inoltre lavorando al profiling del paziente, utilizzando una tecnica basata sull’Rna, in grado di rivelare una ‘firma’ genetica che ci consente di stabilire se un tumore è ‘infiammato’ o meno”. Il tumore di solito blocca le risposte immunitarie per proteggersi dal loro attacco; più è ‘infiammato’, meglio risponde alla terapia.  “Studiare questa gene signature ci consentirà di prevedere la risposta al trattamento e sarà più efficace che non valutare il grado di infiltrazione linfocitaria (per definire il livello di infiammazione) che è quello che si fa attualmente. Anche questo test verrà effettuato su biopsie tumorali. In questo campo siamo ancora lontani dalla cosiddetta biopsia liquida”.

L’altra ricerca. Un’ulteriore tipologia di biomarcatore adatto al pembrolizumab è in fase di studio da parte della Johns Hopkins University e si basa sulla cosiddetta instabilità microsatellitare del Dna tumorale. “In alcuni tumori – spiega Dansey – e un buon esempio è il carcinoma del colon retto, il tumore non riesce più a riparare il suo Dna; quando ciò si verifica si moltiplica la comparsa di mutazioni, di anomalie nel Dna tumorale”. Se in generale un tumore presenta in media dozzine di mutazioni, quelli con dei sistemi di riparazione del Dna ‘inceppati’ possono arrivare ad albergarne migliaia, soprattutto a livello dei microsatelliti, regioni dei cromosomi ricche di sequenze ripetitive di Dna (instabilità microsatellitare). L’ipotesi è che queste mutazioni potrebbero essere ‘riconosciute’ dalle nostre sentinelle immunitarie, le cellule T dando così luogo all’innesco di una risposta immunitaria. Da questo punto di vista dunque trovare un elevato grado di instabilità microsatellitare all’interno di un tumore, rappresenta un dato positivo perché aumenta le potenzialità di risposta a farmaci immunoterapici come il pembrolizumab.

FONTE: http://www.repubblica.it/oncologia/terapie/2016/08/04/news/immunoncologia_i_test_e_le_prossime_sfide_del_pembrolizumab-145143203/

ALTRE FONTI:
http://www.liberoquotidiano.it/news/salute/11939722/la-ce-approva-pembrolizumab-di-msd—contro-il-carcinoma-polmonare–nsclc-.html

http://www.picusonline.it/visualizza/38047.html

http://www.healthdesk.it/medicina/commissione-europea-approva-pembrolizumab-carcinoma-polmonare