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Questo argomento contiene 1 risposta, ha 2 partecipanti, ed è stato aggiornato da  drumma 1 anno, 9 mesi fa.

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  • #17702 Risposta

    Davide Stangalini

    Il termine di pseudotrombocitopenia (PTCP), è stato coniato da Gowland nel 1969 per indicare le piastrinopenie EDTA dipendenti, si riferisce ad un fenomeno che accade solo in vitro, immediatamente o a distanza di tempo dal prelievo, dovuto ad aggregazione delle piastrine che porta a conte piastriniche falsamente basse.
    Le PTCP possono essere sospettate dalla mancata associazione con il quadro clinico di trombocitopenia, da valori piastrinici diversi in conteggi successivi e dai segnali sui citogrammi strumentali. Le PTCP sono presenti in soggetti clinicamente sani, ma possono (raramente) associarsi a malattie autoimmuni e crioglobulinemie, a volte indotte da farmaci (pillola).
    Pragmaticamente le PTCP sono suddivise in EDTA e non EDTA dipendenti. Queste ultime sono dovute essenzialmente a manovre improprie del prelievo (prelievo indaginoso, protratta permanenza del sangue non anticoagulato in siringa) o di anticoagulazione (anticoagulante insufficiente nella provetta), meno frequentemente da aderenza delle piastrine ai polimorfonucleati o ai monociti mediata da anticorpi IgG e dalla presenza di agglutinine a frigore (crioglobuline: anticorpi agglutinanti IgM).
    Le PTCP EDTA dipendenti si riscontrano esclusivamente o prevalentemente in campioni anticoagulati con EDTA a causa di un meccanismo autoimmune: l’EDTA con il suo
    effetto calcio chelante induce dei cambiamenti di carica elettrica sulla superficie piastrinica, con esposizione di una proteina (glicoproteico GP IIb/IIIa) che reagisce ad autoanticorpi piastrinici circolanti. Le PTCP EDTA indotte non presentano significative o peculiari associazioni con ben definite patologie. Le PTCP vanno sempre riconosciute per evitare orientamenti diagnostici e terapeutici
    scorretti. La diagnosi di laboratorio si basa sull’analisi dei dati strumentali (allarmi, anomalie negli istogrammi piastrinici o leucocitari o nei citogrammi dei conteggi leucocitari differenziali), sul limitato effetto protettivo del tempo (conteggio immediato dopo prelievo e ad intervalli successivi) e della temperatura (esecuzione a temperatura ambiente e a 37°C) e sull’esame microscopico per osservare
    gli eventuali aggregati. Poiché la diagnosi di PCTP può essere posta solo se il reperto è presente in due prelievi successivi, è necessaria la ripetizione del prelievo anche con altro anticoagulante per confermare le forme EDTA dipendenti.
    L’anticoagulante di scelta è il CPT (citrato) che non risente dell’effetto dell’EDTA, non si usa il citrato di default perchè ha dei valori più bassi per gli altri valori dell’emocromo rispetto all’EDTA di uso comune. Anche l’emocromo eseguito “a caldo” appena dopo il prelievo senza lasciar raffreddare il campione risolve il problema.

  • #17706 Risposta

    drumma
    Amministratore del forum

    Grazie per l’intervento Davide. Riporto la mia esperienza laboratoristica.

    Quando mi trovo di fronte un caso sospetto di pseudopiastrinopenia faccio fare oltre alle classiche due provette con anticoagulante (EDTA e Acido citrico) anche una provetta senza anticoagulante che va letta immediatamente all’apparecchio di ematologia.

    Ho un apparecchio che legge sia in ottica che in impedenzometria.

    Poi leggo le provette con anticoagulante e le tengo a 37 gradi per rileggere i campioni.

    Inoltre faccio una conta in camera di Burker e un vetrino da EDTA con colorazione di May Grunwald-Giemsa. Nel caso anche una goccia colata.

    Dai dati che mi pervengono da tutte queste operazioni posso concludere l’emocromo con una nota di pseudopiastrinopenia.



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