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ERNIA OMBELICALE : cause, sintomi e cure

L'ernia ombelicale è la fuoriuscita di contenuto addominale o grasso properitoneale dello stomaco, attraverso un orifizio o un canale naturale. Ci sono persone predisposte a soffrirne, ma può anche venire a seguito di sforzi o malattie. Ecco come prevenirla, trattarla, curarla

Ernia ombelicale: definizione

Con il termine ernia ombelicale si intende la fuoriuscita di contenuto addominale o grasso properitoneale dello stomaco, attraverso un orifizio o canale naturale, ogni volta in cui una zona della parete interna dell’addome diventa particolarmente fragile.

Il vocabolo ernia deriva dal termine greco “hernios”, che significa bocciolo o germoglio, per descrivere la forma tondeggiante che assume l’escrescenza una volta fuori sede.

Di ernie addominali ne soffre circa il cinque per cento degli italiani, soprattutto anziani e lattanti e, tra le zone del corpo più colpite, c’è proprio la regione ombelicale.

La patologia però presenta caratteristiche molto diverse, a seconda dell’età in cui si manifesta.

Nei neonati, infatti, l’ombelico è aperto fisiologicamente fin dalla nascita e si chiude definitivamente entro la fine del secondo anno di età, con la possibilità di chiusure incomplete.

Nei lattanti, inoltre, raramente si verifica una complicanza complessa come l’incarceramento.

Nell’adulto invece, le ernie hanno uno sviluppo più complesso, per questo sono più interessanti dal punto di vista clinico.

Esse, infatti, non solo regrediscono spontaneamente solo in rare occasioni, ma il rischio di incarceramento in un soggetto adulto si verifica in un terzo dei casi, con un tasso di mortalità del dieci per cento, soprattutto tra il sesso femminile.

Ernia ombelicale: struttura

Occorre precisare che l’ombelico è considerato una zona erniaria, perché presenta un canale naturale da cui le viscere possono fuoriuscire.

Per comprendere al meglio che cosa è un’ernia ombelicale però, è necessario descriverne l’anatomia.

L’ernia ombelicale infatti, come tutti i tipi di ernie, è formata da tre parti principali:

  • una porta (in questo caso l’ombelico), da cui fuoriescono le viscere;
  • un sacco formato da un colletto (orifizio);
  • un corpo e un fondo.

Il sacco altro non è che il recipiente che ospita il contenuto, ossia la viscera mobile che fuoriesce dalla posizione originaria per riversarsi in esso.

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L’ernia ombelicale acquisita è causata da uno sforzo che, facendo pressione all’interno dell’addome, crea zone di debolezza

Tipologia di ernie: congenite e acquisite

L’ernia ombelicale può essere di due tipi: congenita e acquisita.

La prima origina da uno sviluppo incompleto di una parte della parete addominale, mentre la seconda insorge a causa di uno sforzo che, facendo pressione all’interno dell’addome, crea zone delimitate di debolezza.

Queste ultime sono più frequenti nelle donne obese ultracinquantenni e nei soggetti affetti da cirrosi.

Esistono tuttavia anche fattori che predispongono o favoriscono la comparsa dell’ernia ombelicale.

La gravidanza, ad esempio, è una condizione determinante (a causa della pressione interna causata dallo sviluppo del feto), così come i fattori ereditari.

Non è infrequente infatti ereditare una certa debolezza della parete interna addominale nelle strutture muscolo-poneurortiche (tendini che rivestono il muscolo consentendone l’ancoraggio).

Anche un dimagrimento eccessivamente rapido può determinare l’indebolimento della parete muscolo-poneurotica, con conseguente versamento di viscere nell’area ombelicale.

Tra i motivi che determinano invece le ernie acquisite ci sono tutti gli sforzi che creano un’eccessiva pressione endo-addominale, favorendo la comparsa di queste patologie ombelicali.

Ne sono un esempio i colpi di tosse, gli attacchi di pianto convulso, la stitichezza persistente e il sollevamento di pesi eccessivi.

Queste le ragioni per cui i soggetti più a rischio (chi ha già subito un intervento o ha un parente che vi è stato sottoposto), devono fare particolare attenzione.

Meglio non affaticarsi prima di aver riscaldato adeguatamente la muscolatura e non compiere movimenti errati e repentini.

Che cosa contiene un’ernia?

Un’ernia ombelicale può contenere l’omento (parte della sierosa peritoneale situata nella cavità addominale), le anse dell’intestino e tutti quegli organi che non sono fissati adeguatamente all’interno dello stomaco.

Raramente, e solo nei casi più gravi, il sacco erniario può contenere la vescica oppure il cieco e appendice.

Dimensioni

Un’ernia ombelicale può avere diverse dimensioni, poiché la grandezza dipende dal tipo di contenuto e dal momento in cui si forma.

Quelle più grandi sono in genere frutto di trascuratezza da parte di tutti quei pazienti che attendono anni prima di sottoporsi a una diagnosi.

Sintomi e complicanze

In alcuni casi le ernie possono essere assolutamente asintomatiche, in altri invece i sintomi diminuiscono con l’avanzare della malattia.

A preoccupare medico e paziente non sono quindi i dolori più o meno forti associati alla comparsa dell’ernia, bensì le sue complicanze, che qualche volta possono essere anche molto gravi.

Una di quelle più temute è sicuramente l’incarceramento, poiché si crea un’aderenza talmente stretta tra l’ernia e le viscere, che è impossibile procedere a una riduzione.

Altra complicanza è l’intasamento, che consiste nell’accumulazione delle viscere intestinali nelle anse dell’ernia, con seguente ostruzione intestinale.

Lo strozzamento invece aggrava la situazione, perché le viscere intestinali che si protendono verso l’esterno vengono strette dai muscoli e dai legamenti o dalla stenosi del canale in cui sono fuoriuscite.

Un’altro aggravamento dell’ernia ombelicale, che caratterizza quelle che traboccano da un’orifizio molto stretto, si ripercuore sull’apparato circolatorio, che alla lunga congestiona le vene a tal punto da sfociare in cancrena e provocare la perforazione delle viscere (peritonite).

Per fortuna queste complicanze sono sempre più rare, grazie a una maggiore conoscenza e consapevolezza del proprio corpo riconducibile a un livello d’istruzione più elevato e alla volontà di approfondire ogni segnale inviato dall’organismo.

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A preoccupare medico e paziente non sono i dolori più o meno forti associati alla comparsa dell’ernia, bensì le sue complicanze

Diagnosi

Di solito la diagnosi di un’ernia avviene tramite visita medica, con la palpazione della zona interessata che, se ben eseguita, può rivelare la tipologia di viscere distaccate.

L’esame clinico del paziente tuttavia può rivelarsi difficoltoso, soprattutto se praticato su pazienti obesi, che presentano dolori o pareti addominali cicatrizzate.

In questi casi solo la diagnosi radiologica è in grado d’individuare la presenza di un’ernia, la sede, le dimensioni, il numero e un’eventuale complicanza.

Tecniche di riduzione dell’ernia ombelicale

In genere la prima tecnica utilizzata per procedere alla riduzione dell’ernia ombelicale è di tipo manuale (manovra di spremitura o per taxis).

In questo caso le ernie si definiscono riducibili, che a loro volta si distinguono in contenibili (nel caso in cui la massa resta nel luogo originario dopo la manovra manuale) e incontenibili (se la massa fuoriesce un’altra volta dalla sede).

Ci possono essere poi casi in cui le ernie si definiscono irriducibili, quando per l’eccessiva dimensione della massa fuoriuscita o la formazione di aderenze non è possibile far rientrare l’ernia nella sede originaria.

Quando la tecnica manuale non riesce a risolvere l’ernia ombelicale, è necessario l’intervento chirurgico.

Si interviene chirurgicamente quando c’è il sospetto d’incarceramento o se il paziente lamenta dolori forti e duraturi nella zona dell’ombelico.

Il ricorso alla tecnica laparoscopica è preferito quando l’ernia ombelicale colpisce grandi ernie di soggetti obesi, mentre non è consigliabile intervenire chirurgicamente se il soggetto soffre di ernia ombelicale secondaria, causata da infezioni incurabili come tumori o cirrosi.

L’operazione è eseguita in anestesia totale, quando è necessario riparare ernie ombelicali per via laparoscopica, locale invece quando si devono trattare quelle di piccole dimensioni, trattabili con la chirurgia tradizionale, con apertura e divaricazione della sede interessata.

Tecniche chirurgiche

Tutte le tecniche chirurgiche utilizzate per intervenire sull’ernia ombelicale prevedono tre fasi fondamentali:

  • raggiungimento della sacca e dell’ingresso erniario;
  • trattamento;
  • ricostruzione della parete addominale che l’ha provocata.

A differenziarle è soprattutto la tecnica ricostruttiva utilizzata alla fine dell’intervento, che può avvenire suturando i piani anatomici colpiti (ernioraffie), utilizzando delle protesi biocompatibili in grado di rinforzare o sostiuire i tessuti (ernioplastiche – protesiche) o ricostruendo la parete sfruttando i tessuti del paziente (ernioautoplastiche).

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Quando la tecnica manuale non riesce a risolvere l’ernia ombelicale, è necessario l’intervento chirurgico

Complicanze post operatorie e intra-operatorie

Una delle complicanze post operatorie più frequenti, riferibili a interventi aperti o in laparoscopia delle ernie ombelicali sono le recidive che possono verificarsi nel tre per cento dei casi.

Se sono state trattate ernie di grandi dimensioni, può verificarsi la necrosi della pelle dell’ombelico.

In questi casi si procede alla rimozione del tessuto necrotizzato a cui segue l’applicazione di garze medicate all’interno della cavità, per consentirne la guarigione.

Nei casi in cui l’intervento è stato eseguito con la tecnica laparotomica, può formarsi un laparocele o ernia post-laparotomica, che rappresenta una complicanza post-operatoria severa.

In questo caso infatti la fuoriuscita dei visceri addominali avviene attraverso un foro della parete addominale formatosi nella fase di cicatrizzazione della ferita creata dall’incisione chirurgica.

Per quanto riguarda le complicanze intra-operatorie, invece, non è difficile che si verifichino emorragie, infezioni della ferita e lesioni dell’intestino o del grande omento.

Decorso post operatorio

Una volta dimesso dall’ospedale, il paziente può essere colpito da effetti collaterali come febbre, nausea, gonfiore e dolenzia, che si verificano in genere entro due giorni dall’intervento.

In questi casi il medico prescrive di solito una terapia analgesica. E’ del tutto normale percepire dolore o una sensazione di trazione ogni volta che da sdraiati ci si alza in piedi o viceversa.

Per questo dopo l’intervento si spinge il paziente a camminare immediatamente, nonostante il dolore.

Esso infatti tenderà a diminuire gradualmente fino a scomparire del tutto.

Chi è abituato a fare attività fisica deve attendere almeno una settimana prima di riprendere le abituali sessioni di allenamento, facendo attenzione a non compiere sforzi eccessivi, che possono compromettere l’esito dell’intervento chirurgico.

Per quanto riguarda invece la dieta, non esistono particolari indicazioni alimentari da seguire.

Le uniche accortezze da rispettare, soprattutto nei due giorni che seguono l’intervento, prevedono di mangiare cibi leggeri e poco elaborati e bere almeno due litri di acqua, al fine di favorire la diurese e le normali funzioni intestinali.

In caso di necessità è comunque possibile assumere un lassativo, trascorsi due giorni dall’intervento.

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